Osservatorio Bibliografico della Letteratura Italiana Otto-novecentesca

In un periodo come questo, le buone notizie fanno uno strano effetto. Per quanto ci giri intorno, non trovo però il modo di diffidare di quella che ho appreso il 30 ottobre, all’inizio del seminario autunnale della Mod, l’associazione della quale per lo più noi di «Oblio» facciamo parte e che ci sostiene. Dopo essersi aperta al mondo della scuola, creando un’apposita sezione (Mod per la scuola), la nostra associazione prevede adesso una sezione per gli studiosi in formazione, denominata Mod – Futuro in ricerca. E, come ricorderà chi ci segue da tempo, la nostra rivista si è a lungo distinta proprio per la gran quantità di giovani studiosi chiamati a collaborare e regolarmente presenti nei nostri indici. Evviva.

Ricordo bene la travagliata genesi dell’analoga apertura ai colleghi che insegnano nelle scuole secondarie e già con la loro presenza costituivano un segnale di attenzione nei confronti dei più giovani, dei precari nell’università come di chi prestava la sua meritevole opera in altri settori della formazione. Fino al convegno di Cagliari-Pula, come per altri aspetti prima di quello di Sassari, nella Mod non era ancora prevalsa la politica inclusiva che è rimasta in seguito una nostra caratteristica e ha tra l’altro previsto una intensa attività editoriale: una collana, «Biblioteca della modernità», che poi ha avuto anche un paio di gemmazioni, e una rivista, «La modernità letteraria», cui quasi subito se n’è aggiunta una elettronica, la nostra «Oblio», seguita pochi anni fa, nello stesso formato, dalla «Modernità della scuola», che validamente dirige Massimiliano Tortora.

Su «Oblio», la stessa attenzione è stata peraltro rivolta ai maestri degli studi letterari, a quelli che non c’erano più (per esempio Timpanaro, Madrignani, Mazzacurati, Lavagetto, Orlando), come ai superstiti delle generazioni precedenti (ricordo solo Luigi Blasucci, che, prima di essere a sua volta celebrato nella rubrica «All’attenzione», è stato nostro prestigioso collaboratore e insostituibile voce amica fin da quando a lui mi rivolsi per il ricordo di Timpanaro e l’esordio della rubrica). Per restare anzi a Blasucci, molto abbiamo imparato da un articolo che ci concesse in concomitanza con le iniziative prese a Pisa per il suo novantesimo compleanno, presentandolo come una lezione liceale e così confermando la sua fama di anticonformista, tanto alieno dai pregiudizi, quanto disponibile e generoso. Il suo passo d’addio è stato quasi l’adempimento di un voto, l’edizione commentata dei Canti del suo inalienabile Leopardi, sempre promessa e parzialmente anticipata in una nutrita serie di saggi.

Nel nostro piccolo anche noi rifuggiamo dai pregiudizi e della disponibilità ci facciamo un punto d’onore, non foss’altro perché cerchiamo di non perdere mai di vista il margine di aleatorietà (è parziale, temporanea, gratuita) con il quale la critica letteraria deve convivere, senza averne ovviamente l’esclusiva. E non dimentichiamo che l’insegnamento, una missione condivisa con i nostri confratelli operanti nelle altre istituzioni formative, comporta l’esperienza del periodico ritorno sugli stessi temi e sugli stessi testi e, in minor misura, della inconciliabilità, anche scientemente perseguita, che, in particolare noi letterati, continuiamo a constatare tra le nostre letture. Di questa instabilità, delle variazioni fisiologiche e di quelle convenzionali che non sempre dichiariamo, siamo inavvertiti responsabili di fronte a studenti che, con l’incredulità e la disaffezione, cercano invano di farci capire la stranezza, non perché ci colgano in contraddizione, ma appena arrivano a domandarsi perché un quesito che ammette più risposte, sul senso di un’opera o sui meriti di un autore, non possa essere soddisfatto che da una di esse.

È in questa prospettiva che raccomando di leggere la critica letteraria, quella attuale come quella che viene troppo naturale considerare superata, in un ambito dove la confutazione, se non impossibile, è almeno unilaterale e ingenerosa, visto che non prende atto di una variabilità inevitabile come l’oblio che la certifica e la condanna. A istigarci e a farci emettere la sentenza, preferibilmente con il silenzio, è l’ipocrisia implicita (e un po’ vile) di chi non ha bisogno di millantare l’esaustività delle ricerche portate a compimento, perché essa è il suo tacito presupposto, il suo silenzio vale da stroncatura e le sue citazioni usurpano indisturbate il valore stringente delle prove. Neppure io credo che alle citazioni ci siano alternative vantaggiosamente preferibili, ma mi turba la facilità con cui se ne dimenticano scopo e limiti, che cioè esse valgono come indicazioni, illustrazioni e cartelli segnaletici delle intenzioni di chi le adopera e quindi utili a corroborare la verosimiglianza delle sue ipotesi, non a dimostrare che sono appropriate e funzionali o senz’altro giuste, come puntualizzava in tutt’altro ambito Max Scheler e risulta solo più visibile e coerente nel caso della letteratura engagée e delle trovate più clamorosamente anacronistiche.

Del resto, nell’epoca della simulazione automatica e pervasiva che sta incutendo in noi uno spavento peggiore della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, forse è il caso che i critici, di fronte alla indifendibilità delle proprie prerogative, per salvare il salvabile, tornino a domandarsi che cosa sia andato smarrito nella trasmissione del testimone da una generazione all’altra e se per caso il discredito attuale non sia la conseguenza di un tradimento precedente o della cessione di autorità ai saperi specialistici che dura da più di mezzo secolo. Chissà che un suggerimento importante non possa venire da un’imprevista riabilitazione sociale della letteratura stessa, sempre a ridosso dell’insegnamento e di una critica che sia letteraria di nome e di fatto e non per questo diventi inattendibile.

Recentemente, per approfondire questioni meno platoniche di quelle letterarie (addirittura l’educazione emotiva e sessuale) e porre riparo a una drammatica emergenza, è stata giustamente chiamata in causa la scuola, dove i beneficiari di questo servizio trascorrono in gran parte il loro tempo, ma che è anche già oberata di incombenze più o meno appropriate. È seguito il consueto dibattito, nel corso del quale è riemerso l’immancabile appello alla responsabilità formativa della scuola e allo sviluppo dello spirito critico dei ragazzi che ne dovrebbe conseguire nel loro processo di apprendimento. Non da soli, ma rassegnati a rimanere in minoranza, alcuni (Massimo Recalcati su «Repubblica» e Giuliano Ferrara e Claudio Giunta sul «Foglio», Paolo Di Stefano sul «Corriere della Sera»), appunto in nome dello spirito critico, hanno perciò ritenuto preferibile alla inutile moltiplicazione degli enti e dei soggetti educativi, altre materie e altri specialisti, un più fiducioso ricorso alla letteratura e all’esperienza artisticamente simulata che essa assicura e regola da sempre. Poco importa che anch’io sarei stato dello stesso avviso. D’altronde, sono di quelli che prima di riconoscere come tali le buone notizie ci girano intorno, come dovrebbe fare sempre la critica, per sciogliere le riserve e adempiere al proprio compito, verificando almeno la virtuale tridimensionalità dei suoi oggetti.

Ho citato il dibattito, perché ogni tanto, anche se non abbiamo moventi così seri, sono gli stessi critici letterari a ignorare lo spessore della letteratura e di essere direttamente implicati nella sua valorizzazione, da complici più che da testimoni, nella consapevolezza che quello del lettore è un ruolo attivo e che, se niente se ne giova come la letteratura, esso viene tuttavia svolto nei confronti di qualsiasi altro tipo di testo. Non occorre trasformare gli studenti in critici letterari, per guidarli in un percorso comunque avventuroso, stimolandoli a impadronirsi delle tracce più diverse che concorrono a rivitalizzare il disegno macroscopico di una trama, scoprendo in essa una costruzione sempre in divenire, sia che la costituiscano le vicende dei personaggi, come nei romanzi, sia che invece per il suo tramite si esprimea, come nelle poesie, il sentire del personaggio per antonomasia, che è l’autore, la finzione da cui discendono tutte le altre.

È invece sicuramente una competenza critica quella che consente ai loro professori di trovare ragioni valide per promuoverli meritamente, dopo aver almeno provato a farli cimentare in un orizzonte problematico che assomiglia al loro.

Questo numero di «Oblio», come al solito fin troppo ricco, propone due rubriche molto diverse sia per il tema che per la consistenza. Mentre la rubrica «A fuoco», curata da Giovanna Lo Monaco, raccoglie vari contributi sul racconto della montagna, tra i quali spiccano quelle di Alberto Carli sul tema della Sila, della stessa Lo Monaco sull’alpinismo, di Diego Salvadori su Magris, di Francesca Tomassini sull’Abruzzo delle scrittrici e di Monica Venturini su Gianna Manzini, «All’attenzione» è un molto più breve Omaggio a Angelo Pupino, a un anno dalla scomparsa e soprattutto dopo il ritrovamento del testo originale della relazione da lui tenuta a Napoli nel convegno Mod del 2022, che non poté essere compresa negli Atti relativi e è stata recuperata dalla moglie Violina e dal restauro di Gianni Maffei e Giuseppe Langella, quest’ultimo anche responsabile della revisione delle note e testimoni entrambi delle travagliate vicende del testo. Alla mia presentazione e alla premessa di Langella, si sono aggiunti gli interventi di Isabella Becherucci e Ivan Pupo.

Sono contento di segnalare poi tra i saggi, tutti su temi di grande interesse, quelli di Marta Accardi su Moravia, Vincenzo Bianco sui poeti crepuscolari, Virginia di Martino sulla Invernizio e Teresa Spignoli sul mito poetico di Enea in Caproni e Ungaretti. Va però da sé che la mia gratitudine va in particolare agli amici e colleghi Anna Dolfi, Mario Sechi e Lucinda Spera, non solo per l’acclarata qualità dei loro «Interventi», ma per lo spaccato che essi ci offrono della ricerca dei non giovanissimi: dalla vena teorica di Anna, che percorre sottotraccia la commemorazione del Segre collaboratore del «Corriere», alla consueta brillantezza di Mario, antiaccademico difensore dell’accademia (non però di quella che leopardianamente irride), alla pietas essenziale e commossa di Lucinda, che ricorda un altro amico e collega di grande valore, Arnaldo Bruni, anche collaboratore di «Oblio». A lui va il mio pensiero riconoscente.

Il consueto e spesso sottinteso ringraziamento degli amici che mi hanno negli ultimi anni ancora più concretamente assistito nella conduzione della rivista, per una volta va esplicitamente rivolto anche alla solerzia della nostra, manco a dirlo, giovane redazione.

Nicola Merola

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